La guerra dei sessi, nel mondo occidentale di oggi, sembra ridotta a un semplice bisticcio tra amanti. La vera ugualglianza è lontana ma quasi nessuno si sognerebbe di contestare pubblicamente, a spada tratta, la parità tra uomo e donna. Quasi.

Cercavamo informazioni sui meravigliosi, splendidi tassisti di Roma, indignati per l’obbligo di sconto del 10% alle donne sole tra le ore 21 e 01. Indignati perché, testuali parole uscite su free press, “una donna che prende il taxi da sola di notte è sicuramente una prostituta, le donne normali non lo fanno”.

Non ci aspettavamo che Google ci offrisse qualcosa di infinitamente più succulento.

Non ci aspettavamo il Sito Italiano Anti-Femminista.

Un gruppo (?) di uomini (?) che si ribella contro le vergongose umiliazioni che il genere maschile subisce ormai da decenni: le migliaia di false accuse di stupro, il carattere bugiardo e falso di ogni femmina, l’incapacità della femmina di svolgere qualsiasi attività intellettiva, la disgustosa esistenza di un Ministero delle Pari Opportunità. Non stiamo scherzando nemmeno un po’.

Da non perdere la loro recensione di 300, giudicato un film misandrico.

Saldi

Saldi

“Il buio nelle nostre teste ha questa forma qui”

Prismodel, dopo 4 ore e mezza di centro commerciale.

Il Centro è sconfinato, bianco, luccicante, brulicante, aperto da una settimana. Oro, incenso e gelati spiaccicati sul marmo. Al secondo giorno di Saldi, salire la prima rampa di scale mobili in direzione delle orde consumatrici provoca un misto di terrore e gioia.

Bisogna stringere i denti e rasoiare con decisione, o nessuno uscirà vivo di qui. A stomaco vuoto l’impresa è persa in partenza ma, come nella giungla, alle due e mezza del secondo giorno di saldi conviene dimenticare i gusti personali e mangiare quello che ci si riesce a procacciare. L’ultimo pezzo di pizza, un tramezzino sopravvissuto, una ciotola di insalata snobbata dal popolo dei fast food.

Rifocillate, si parte col coltello tra i denti. La gente non ha soldi, le vendite calano ma si sono comunque dati tutti appuntamento qui, fregandosene alla grande del pranzo domenicale in famiglia. Si superano senza battere ciglio:

  • i bambini, prima urlanti poi addormentati dentro ai carrelli della spesa (ne ho visti 3!)
  • le ragazzine rovinate da Laguna Beach, incapaci di provarsi una maglietta senza posare di 3/4 con le labbra socchiuse
  • i mariti e fidanzati che sperano in una morte rapida

Dopo almeno 20 gironi dell’inferno, ops, negozi, il numero di buste che stringiamo in mano è sufficiente e le energie scemano. Potremmo prednere un redbull e vodka e ricominciare ma non ce regge la pompa manco per aprire la lattina. Purtroppo non esiste una guerra senza caduti ed è inevitabile rientrare a casa con:

  • almeno un acquisto della cateogria spiegami-perché-ho-preso-’sta-cazzata
  • piedi in condizioni pietose
  • stato di confusione mentale medio-grave
  • l’eterna sensazione di non aver comprato l’unica cosa che ti serviva davvero, quindi…
  • …la certezza che tornerai

scimmia grassa

“ho di nuovo esagerato con il tiramisù di banana!”

Leggo su Vanity Fair dei risultati di un’immancabile ricerca scientifica americana: alcuni scienziati della Emory University di Atlanta hanno messo a disposizione delle femmine di scimmie Macaca Mulatta degli snack ipercalorici. Hanno così scoperto che quando sono depresse si buttano sul cibo ma con una sfumatura ulteriore così umana che fa impressione. Hanno infatti notato che, mentre le femmine dominanti (le leader del gruppo, le più desiderate dai maschi) riuscivano a controllarsi mangiando gli snack in modica quantità durante il giorno, le femmine subordinate, quelle no leader/no maschi, per rifarsi delle frustrazioni giornaliere si sfondavano di dolci la notte.

A volte è sorprendente ricordare quanto sia razor la natura.

In un mondo sempre più culturale la biologia assume questo ruolo di “rasoiata” esplosiva e inesorabile. Ore e ore di analisi, diete su diete, fiumi di parole con le amiche, dritte speciali sulle riviste… e poi c’è poco da sviscerare. Le frustrazioni fanno mangiare le macache mulatte, figuriamoci le umane. Ed è su quelle che bisogna provare a cambiare qualcosa quando la fame notturna, ad esempio, coglie davanti al frigorifero. Le diete da sole sono futili rimedi culturali contro atteggiamenti alimentari sempre più autolesionisti e stratificati. Siamo tutte (e tutti) delle macache mulatte, poche storie!

 

Non è la banana, sciocchini, la quale non possiede nessuna proprietà miracolosa ma è solo simbolicamente fallica in un mare di simboli fallici… A quanto pare il frutto della passione è la golosa, succosa e colorata anguria. Come si leggeva su Repubblica del 2 luglio 2008, lo rivela uno studio dell’università A&M, in Texas, secondo cui il cocomero contiene la citrullina, una sostanza in grado di dilatare i vasi sanguigni e che grazie all’azione di alcuni enzimi, si converte in arginina, un amminoacido che agisce direttamente sui capillari: “Eleva la concentrazione di ossido di azoto, che a sua volta fa rilassare i vasi sanguigni e così cura la disfunzione erettile“.

Donne, è arrivato l’arrotino! No… Ehm. Donne! Imbandite la vostra mensa con l’anguria! Complice il caldo di questi giorni i vostri amanti e mariti ne trarranno ampio beneficio…

Ma a proposito di citrullina… Sarà per questo che a Milano una fetta di anguria costa ben 3 euro? E bravi i fruttivendoli, avranno saputo delle proprietà del frutto in questione e si sono subito messi a speculare e guadagnare sulla credulità altrui… Citrullina!!! Ecco spiegato il significato del nome dato alla sostanza in questione…

spia

Ebbene sì, abbiamo modificato il nome della rubrica sulle chiavi di ricerca di Google. I contenuti restano gli stessi ma forse il nuovo nome attirerà una tipologia diversa di depravati - categoria che, com’è noto, accorre numerosa sul nostro blog. Attendiamo fiduciose e nel frattempo aggiorniamo con la chicca di oggi (visto il tema del post la riportiamo anche qui). Oggi qualcuno è arrivato su Razor Sisters cercando:

  • il p*mpino nel medioevo (Avevamo già sospettato che i lettori ci trovassero fondamentalmente per due motivi: perversioni e ricerche scolastiche. Consigliamo a questa persona il film “Alle dame del castello piace fare solo quello” e molti altri che affrontano l’argomento desiderato.)

Ci piace. Approviamo. Servizi, beni di consumo, idee e persone che meritano il bollino Razor.

Ancora fashion du Braziu. Perfetti per curare rasoiate, i cerottini streetwear dello stilista Alexandre Herchcovitch sono deliziosi, sembrano quasi degli skateboard. Il dettaglio ironico è che, da pochissimo, il designer è rimasto fregato nell’affare di vendita del proprio marchio a una fantomatica holding che non l’ha mai pagato.

Per riprendersi dalla botta economica ha iniziato a disegnare un po’ di tutto, dalle agende scolastiche a questi cerotti (che probabilmente applicherà sull’autostima).

Di recente sono apparse sui giornali le “scioccanti” immagini della supermodella Karolina Kurkova in passerella con 3/4 chili fuori programma che si esprimevano sotto forma di rotolini e cuscinetti. Le immagini provenivano dalla São Paulo Fashion Week, la settimana della moda che si tiene nella metropoli brasiliana.

Per caso questa Razor era lì, imbucata con un’amica che ci stava lavorando e ha appreso che dopo le sfilate i brasiliani hanno incorporato la modella ceca allo slang. Avere una kurkova significa avere un po’ di panzetta.

Cattiverie? Sì. Gli standard estetici della moda sono assurdi? Verissimo.

Però visto che a noi donne “normali” non danno una barca e mezza di soldi solo per essere fighe, una come Karolina, che diventare ricca usa solo il DNA, potrebbe anche seguire l’esempio di Razor Simona e avere cura del proprio fondoschiena.

Per il resto, la sfilata che ho potuto vedere davvero da vicino è stata questa, della griffe brazilienji Carlota Joakina.

Modelle minorenni e magre davvero, qualche vestito caruccio e delle scarpine interessanti.

Carlota Joakina

C’era una volta un telefilm molto famoso che appassionava milioni di donne in tutto l’emisfero occidentale del nostro povero globo terrestre. Il telefilm narrava le vicende di quattro amiche trentenni o poco più, non tutte bellissime ma affascinanti a loro modo, vicende perlopiù sentimentali, condite da una buona dose di sesso. Il telefilm era ambientato a New York, una città stimolante ed adrenalinica, quella che non dorme mai per intenderci.

Come dice una persona a me cara, vergognandosene orribilmente, delle quattro protagoniste “una è quella che mi piacerebbe essere perché è più glam essere come lei; una è quella che a mia madre piacerebbe che io fossi; l’altra lo sono stata per un po’ (in gioventù, ma non così puttana…) e l’altra ancora è quello che sono oggi (almeno in parte)”.

Se avete capito di cosa sto parlando, trattasi di una sintesi perfetta dell’universo femminile: ecco perché anche gli uomini dell’emisfero occidentale avrebbero dovuto vedere la serie, e bene, invece di ascoltare Cara ti amo di Elio e le Storie Tese e riderci su, burlandosi di noi.

Perché sto parlando al passato?

Non avrebbe senso, visto che il telefilm “esiste” ancora: in dvd e te lo puoi vedere quando ti pare, nelle repliche televisive, per tutta la prossima estate e nell’immaginario collettivo, perché ci siamo dentro fino al collo.

Parlo al passato perché il telefilm “era” il modo migliore per sentirsi delle disadattate e per farsi venire tutta una serie di menate anche nel migliore dei momenti:

 

  1. le quattro donne in questione conducono una vita più o meno invidiabile: bei vestiti, belle borse, mangiano cupcakes dalla mattina alla sera e non ingrassano;
  2. scopano da morire;
  3. e nonostante ciò alla fine trovano l’amore della loro vita (con il quale scopano).

 

Il telefilm ebbe un così grande successo che per sfruttare la grossa ondata di popolarità e su richiesta di milioni di orfanelle i produttori, sceneggiatori e chi si occupa di marketing dell’industria cinematografica, suppongo, decisero di mobilitare un po’ di sponsor (case di moda e stilisti) e di farne un seguito.

Cosa avrebbero mai potuto inventarsi per raggiungere un vasto pubblico così da portarlo al cinema?

La risposta è che si sono inventati la fine della favola, tutto quello che non avremmo mai osato chiedere e voluto vedere, perché lo conosciamo benissimo.

Cosa c’è di male? C’è di male che è leggermente più noiosetto, c’è meno sesso e la sfavillante New York, la quinta protagonista del telefilm, è stata declassata a comparsa (forse per il cachet miliardario che avrebbe chiesto).

Ma c’è anche molto di positivo: c’è di positivo che ci identifichiamo maggiormente nelle quattro protagoniste (a parte il guardaroba), fa sentire meglio perché non ci propone un modello di relazione sentimentale sfavillante e falsa, c’è di meglio che ci mostra ciò che accade nella realtà, un termine che pare fare molta più paura a chi lo legge che a chi lo scrive.

C’è di buono che pur nel mostrarci la “realtà” ci mostri come le favole finiscono sì ma si trasformano, a volte, e per chi è superfortunato, in qualcosa di meglio: la vita.

Non so se la ricordate (dovreste) ma c’è una puntata di Sex and the City in cui la splendida Samantha (n’est pas?) non paga della suo sex appeal, dei suoi addominali e dei suoi vestiti da centinaia di dollari decide di farsi un peeling  esfoliante al viso.

Non so per quale motivo, vista la disponibilità economica e quindi la fama del medico a cui si rivolge, ne esce fuori con la faccia come un pomodoro secco tanto che i bambini per strada si mettono a strillare come matti al suo passaggio.

Mi sono sempre chiesta cosa spinge noi donne a rischiare, letteralmente, la pelle con peeling, cerette dove non andrebbero mai fatte e torture varie, soprattutto in questo periodo quando il corpo si scopre e ci ostiniamo a denudarci dimentiche dei saggi insegnamenti dei beduini del deserto. Me lo sono sempre chiesto e sempre, con un leggero snobismo, ho pensato che non mi sarei mai piegata a certi rituali (perché sono già schiava di altri, ovvio).

Insomma, non avevo mai ceduto al richiamo miracoloso del “4 cm di girocoscia in 4 settimane”, “snellisciti sotto al sole” o “perdi peso continuando a mangiare tutti i giorni al fast food”!!!. Non fino a ieri e per colpa di uno stupido campioncino in forma di bustina trovato in una delle solite “riviste da bagno” (io le leggo prevalentemente al bagno, così come le robe di lavoro, ma per opposti motivi) che io adoro.

Ieri mattina mi sveglio stranamente baldanzosa (in genere sono un carburatore della prima metà del novecento), faccio colazione e mi dirigo verso il bagno dove leggo la rivista e becco il campioncino di “crema lifting glutei“, lo stacco e mi ripropongo di usarlo dopo la doccia. Mi ficco sotto la doccia (e qui si impennano le statistiche del blog) e mi lavo anche i capelli visto che ci sono, calcolando già l’immane ritardo che la pratica dell’asciugatura mi farà fare sul lavoro.

Ne esco profumata e rigenerata e con i pori ben dilatati dal vapore e dal calore della doccia. Mi avvicino beata al campioncino, lo apro e inizio a massaggiarmi sui fianchi e sul sedere questa cosa che puzza di medicinale.

Una sensazione di fresco glaciale pervade la zona e penso che è un bene. Decido quindi di procedere all’asciugatura dei capelli, giusto per alzare un po’ la temperatura. Mentre procedo, il fresco glaciale che sento sul mio popò lascia il posto ad un certo pizzicore, ma non ci faccio poi tanto caso perché, mi dico, il prodotto starà agendo. Continuo con l’asciuga capelli e inizio effettivamente a sentire un po’ troppo caldo quando mi decido di dare un’occhiata e mi sollevo fino a raggiungere l’estremità inferiore dello specchio che mi rimanda una immagine devastante della mia di estremità inferiore: il pomodoro secco che mi ricorda tanto Samantha stampato sul mio sedere. Bruciore, calore ed un eritema degno del sole caraibico preso senza protezione. Ovvio che inizio a farmela sotto pensando ad un imminente shock anafilattico. Mi metto la pinza nei capelli, mi infilo una gonnaccia sintetica che mi sfrega meschina sulla parte, afferro il campioncino maledetto e corro in farmacia dove signore che non hanno tempo di pensare a liftarsi i glutei ordinano vaccini per i figli. Argh.

Risultato:

  1. la dottoressa mi sfotte, me tapina, perché “non ne avevo bisogno” e cmq mi sono beccata una specie di eritema;
  2. arrivo tardi al lavoro e sono costretta a raccontare tutto perché molto più credibile rispetto ad una qualunque invasione di cavallette e mi sfottono pure lì;

Adesso vi chiedo: ma per chi lo facciamo? Per noi stesse o per il pensiero di chi non guarderà il mio sedere in spiaggia (da lì il titolo del post)  perché forse non posso neanche più mettermi al sole?

P.s. Non rispondetemi “è proprio il caso di dirlo: che culo”! (sono abituata a prevedere le mosse del nemico)

Tempo fa Homera si era occupata di farci riflettere a proposito di quando si può dire iniziata una storia, di quali sono gli elementi che ci fanno capire quando si esce dalla fase del ci frequentiamo e si entra nella fase del stiamo insieme… ma quanto tempo ci vuole per ciò che io definisco la perdita delle illusioni?

Parto con una premessa. Non è interessante vedere come funziona quando le cose vanno bene: è un luogo comune ormai domandarsi cosa succede quando la favola finisce e si avviano i titoli di coda. Ci hanno provato anche con la storia d’amore più intensa degli ultimi anni, quella fra Carrie e Mister big. È inutile dire che quanti di noi erano fan della prima ora ci sono rimasti malissimo… E’ tutto più scialbo e noioso, Carrie avvolta in maglioncini di cachemire e Samantha monogama. Mi si risponde è la vita. Si, ok. Ma che bisogno ho io di vederla al cinema?

Tutto ciò dipende dalla nostra educazione di bambini occidentali: tutti i libri di favole si interrompono sul “e vissero felici e contenti” e noi cresciamo a base di sogni e non di quotidianità. Ma anche per i bambini arriva il momento della perdita delle illusioni: il momento in cui ci si accorge che Babbo Natale è il nonno travestito (che avete capito, travestito da Babbo Natale), il momento in cui scopriamo che Arnold non è un “vero” bambino e la dolce e saggia Kimberly è morta per abuso di sesso alcool e droghe.

Ma quando arriva per noi bambini cresciuti il momento della perdita delle illusioni? Non credo coincida con il momento in cui si va in bagno con la porta aperta e ci si scaccola in piena libertà. Anche l’intimità può essere fantastica e, diciamocelo senza troppi fronzoli, è quello a cui si punta quando ci piace veramente qualcuno. Nessuno si accontenterebbe di infiniti cinema e appuntamenti fuori casa. Quello che si vuole è poter dire: ho preso possesso della sua vita e dei suoi spazi, quel che è suo è mio, perché lui/lei è mio (ovviamente la storia delle caccole dipende un po’ da che tipi si è, io sono un tipo caccola, molte mie amiche lo trovano repellente e poco lungimirante. Ma io sono una persona fin troppo spontanea).

By the way, credo che ci sia qualcosa di molto più sottile ed inquietante che andare in bagno a porta aperta: è la perdita delle illusioni.

Dei significati prevalenti della parola illusione questo è quello che ho in mente: rappresentazione ingannevole della mente che immagina o interpreta la realtà secondo le proprie aspettative e speranze”. Ci aspettiamo la favola ma sbattiamo a muso duro contro la realtà.

E’ quando ci accorgiamo che la creatura mitica la cui immagine era frutto del nostro amore e della nostra innocenza è diventata reale. Le sue battute di spirito diventano noiose e ripetitive, il suo modo di bere il latte e di mangiare a dismisura quando è annoiato ci urtano, i suoi amici simpatici e originali perché irradiati della sua simpatia ed originalità sono così banali che ci fanno venire l’orticaria.

E così è come ci vedono gli altri. Non c’è soluzione, ma sono in un momento pessimista della mia vita. E secondo voi? C’è un modo per far perdurare l’illusione oltre ad una sana canna di erba calabrese?

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